La Comunione sub utraque e la Chiesa di Roma

Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. [Matteo 26,26-28]


Se non bastasse la Sacra Scrittura a difendere la prassi di comunicarsi all'Eucarestia divina sub utraque, ovvero in entrambe le specie (Corpo e Sangue), offriamo un piccolo studio in merito che ci aiuterà a comprendere perché la comunione completa sia di grande importanza.

Dopo il Basso Medievo, la Chiesa Latina aveva abbandonato lentamente la comunione sub utraque per una formula incompleta: il celebrante consumava sia il corpo che il sangue di Cristo, mentre i fedeli solo il corpo (il pane azzimo), con una scusa tomista: "nel corpo è presente il sangue". Andando contro al comando evangelico evidenziato di sopra.

Un riformatore di nome Jan Hus portò nel 1400 alla ribalta il problema, e fu per questo condannato dal Concilio di Costanza il 6 luglio 1415, condannato al rogo. Eppure, nove secoli prima che venissero accesi i roghi di Costanza, uno dei papi di Roma, un santo venerato sia in Oriente sia in Occidente, affrontò esattamente la stessa questione liturgica. Scrivendo nel V secolo contro coloro che ricevevano il Pane consacrato rifiutando però il Calice, papa san Gelasio I emanò un decreto che la Chiesa ortodossa ha a lungo citato come una duratura condanna patristica del successivo papalismo medievale. Gelasio dichiarò:

“Comperimus autem quod quidam, sumpta tantummodo corporis sacri portione, a calice sacrati cruoris abstineant. Qui procul dubio (quoniam nescio qua superstitione docentur obstringi) aut integra sacramenta percipiant, aut ab integris arceantur: quia divisio unius eiusdemque mysterii sine grandi sacrilegio non potest provenire.” (Decretum Gratiani, De Consecratione, Dist. II, c. 12)

«Abbiamo appreso che alcune persone, avendo ricevuto soltanto la porzione del sacro Corpo, si astengono dal calice del sacro Sangue. Costoro, senza dubbio, poiché sono trattenuti da una qualche superstizione, devono o ricevere i sacramenti nella loro interezza oppure esserne tenuti completamente lontani, poiché la divisione di uno stesso e medesimo mistero non può avvenire senza un grave sacrilegio.»

Dal punto di vista dell'ecclesiologia ortodossa, il paradosso creato da questo decreto è immediato e ineludibile. Se Jan Hus era un eretico per aver sostenuto che negare il Calice ai laici costituisse una mutilazione illegittima del sacramento di Cristo, allora papa Gelasio I, parlando con piena autorità pastorale dalla Sede di Roma, sarebbe stato egli stesso colpevole di eresia. Al contrario, se Gelasio espresse la genuina fede patristica quando definì la divisione del mistero eucaristico un grave sacrilegio, allora la Chiesa ortodossa è pienamente giustificata nel suo giudizio canonico: il Concilio di Costanza e il papato medievale si sarebbero resi colpevoli di aver codificato nella legge ecclesiastica un sacrilegio divenuto largamente diffuso e di aver mandato a morte un uomo perché li richiamava all'obbedienza apostolica.

Gli apologeti cattolici romani cercano frequentemente di neutralizzare la testimonianza di Gelasio richiamando il suo immediato contesto storico, osservando che Gelasio combatteva contro i manichei, i quali nutrivano un rifiuto dualistico del vino e della materia. La Chiesa ortodossa non ha mai negato questo contesto storico. Tuttavia, come stabilirono canonisti ortodossi classici quali Teodoro Balsamone e Matteo Blastares nei loro commenti ai Sacri Canoni, un contesto ereticale non modifica la logica oggettiva di un principio sacramentale: nessuna autorità locale possiede il potere di dividere ciò che Cristo ha istituito come una cosa sola.

Gelasio non condanna semplicemente la motivazione interiore dei manichei. Non afferma che essi debbano ricevere il Calice semplicemente perché la loro concezione del vino è eretica. Al contrario, fonda il suo divieto sulla natura oggettiva del sacramento stesso, affermando esplicitamente che la divisione di uno stesso e medesimo mistero non può avvenire senza un grave sacrilegio. Secondo la prospettiva ortodossa, se Gelasio avesse ritenuto che la Chiesa possedesse l'autorità di dividere a piacimento le specie eucaristiche, oppure che nella pratica ordinaria la ricezione del solo Pane costituisse l'intero sacramento, il suo argomento sarebbe stato privo di qualsiasi forza teologica. Gelasio condannò invece l'atto fisico della divisione in quanto tale, considerandolo intrinsecamente sacrilego.

Ciò che rende la successiva transizione medievale ancora più grave agli occhi della teologia ortodossa è il fatto che il papato medievale fosse pienamente consapevole di allontanarsi dalla prassi antica. Quando il Concilio di Costanza codificò formalmente la restrizione del Calice nella sua tredicesima sessione, il 15 giugno 1415, emanò un decreto che la Chiesa ortodossa considera una delle più esplicite confessioni di innovazione liturgica nella storia della Chiesa:

«Sebbene Cristo abbia istituito questo venerabile sacramento dopo la cena e lo abbia amministrato ai Suoi apostoli sotto entrambe le specie del pane e del vino... E SEBBENE nella Chiesa primitiva questo sacramento fosse ricevuto dai fedeli sotto entrambe le specie... TUTTAVIA, questa consuetudine, per evitare determinati pericoli e scandali, è stata ragionevolmente introdotta, affinché esso sia ricevuto dal clero celebrante sotto entrambe le specie e dai laici sotto la sola specie del pane.» (Concilio di Costanza, Sessione XIII)

Il Concilio di Costanza non tentò neppure di rivendicare una continuità patristica. Il Concilio confessò esplicitamente che Gesù Cristo aveva istituito l'Eucaristia sotto entrambe le specie e ammise apertamente che la Chiesa primitiva amministrava entrambe le specie ai fedeli laici. Dopo aver fatto queste ammissioni storiche, il Concilio procedette a decretare che chiunque avesse insistito nel seguire l'istituzione di Cristo e la prassi della Chiesa primitiva dovesse essere espulso come eretico e consegnato alle autorità secolari per essere punito.

Dal punto di vista della testimonianza cristiana ortodossa, questo decreto rivela una frattura ecclesiologica fondamentale. L'istituzione papale riconobbe ciò che Cristo aveva comandato e ciò che la Chiesa antica aveva praticato, e tuttavia rivendicò la prerogativa sovrana di mettere da parte entrambe le cose, associando un anatema a chiunque preferisse l'autorità di Cristo e dell'antichità alla nuova disciplina di Roma.

Questa innovazione consapevole si pone in diretta opposizione alla testimonianza universale della Chiesa ortodossa. Nel III secolo, san Cipriano di Cartagine scrisse ampiamente riguardo al Calice eucaristico nella sua sessantatreesima epistola, negando esplicitamente che qualunque sacerdote o vescovo possieda l'autorità di modificare o allontanarsi dall'istituzione di Cristo:


«Se qualcuno pensa di poter fare diversamente da quanto Cristo ha comandato, sappia che non cammina nella luce di Cristo... Infatti, se Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, è Egli stesso il sommo sacerdote di Dio Padre, e per primo ha offerto Se stesso in sacrificio al Padre, e ha comandato che ciò fosse fatto in memoria di Lui, certamente quel sacerdote agisce veramente al posto di Cristo che imita ciò che Cristo ha fatto; ed egli offre allora nella Chiesa a Dio Padre un sacrificio vero e pieno, se comincia a offrire secondo ciò che vede essere stato offerto da Cristo stesso. Ma la disciplina della verità non può essere mantenuta, se ciò che è stato comandato non viene fedelmente osservato.» (Epistola 63,14, 18–19)


Per san Cipriano, la validità liturgica si fonda rigorosamente sull'obbedienza all'atto originario di Cristo. Lungi dal considerare la partecipazione all'Eucaristia come una questione amministrativa mutevole e soggetta a revisione papale, Cipriano si chiede come la Chiesa possa aspettarsi che i cristiani versino il proprio sangue per Cristo se essa nega loro proprio il Sangue di Cristo nel sacramento:


«Come possiamo insegnare loro o incitarli a versare il proprio sangue nella confessione del Suo nome, se neghiamo loro il Sangue di Cristo quando stanno per affrontare la battaglia?» (Epistola 63,2)


Nella tradizione canonica della Chiesa ortodossa, il principio di san Cipriano rimane assoluto: qualsiasi allontanamento da ciò che Cristo ha comandato nell'amministrazione del Calice costituisce una violazione della verità liturgica.


La medesima realtà liturgica è testimoniata da san Cirillo di Gerusalemme nelle sue Catechesi mistagogiche, dove fornisce istruzioni dettagliate su come ogni cristiano laico debba ricevere la Santa Comunione:


«Avvicinandoti dunque, non venire con i polsi distesi né con le dita aperte; ma fai della tua mano sinistra un trono per la tua destra, come per quella che deve ricevere un Re. E, avendo incavato il palmo della mano, ricevi il Corpo di Cristo, dicendo su di esso: Amen... Poi, dopo aver partecipato al Corpo di Cristo, accostati anche al Calice del Suo Sangue; non tendendo le mani, ma inchinandoti e dicendo con atteggiamento di adorazione e riverenza: Amen.» (Catechesi mistagogica 5,21–22)


San Cirillo rivolge queste istruzioni non a una classe privilegiata di membri del clero, ma a ogni membro della Chiesa che è stato appena illuminato. Sia il Pane consacrato sia il Calice sono ricevuti da tutti i fedeli degni.

Qui la Chiesa ortodossa mette in evidenza una distinzione fondamentale riguardo alla propria storia liturgica. Mentre san Cirillo descrive la prassi del IV secolo, nella quale il Pane consacrato veniva ricevuto nella mano e successivamente si beveva direttamente dal Calice, la Chiesa orientale introdusse in seguito il cucchiaino eucaristico (labis), una pratica sviluppatasi tra il VI e l'VIII secolo e successivamente uniformata in tutto l'Oriente per garantire una ricezione più riverente. Secondo questa prassi, il Corpo consacrato di Cristo viene deposto direttamente nel Sangue consacrato all'interno del Calice, e le due specie vengono amministrate simultaneamente a ogni comunicante laico.

Gli apologeti papisti potrebbero tentare di equiparare questi due sviluppi storici, sostenendo che, poiché la Chiesa orientale introdusse il cucchiaino eucaristico, il papato sarebbe stato altrettanto giustificato nel sopprimere completamente il Calice.

San Nicodemo l'Agioreita demolì esplicitamente questa falsa equivalenza nel Pedalion (Il Timone), mostrando la distinzione canonica fondamentale tra una modalità riverente di distribuzione e una sottrazione sacramentale illegittima: 

“Ὁ Κύριος παρέδωκε τοῖς αὑτοῦ Μαθηταῖς τὸ μυστήριον τῆς θείας Εὐχαριστίας ὑπὸ ἀμφότερα τὰ εἴδη, λέγων· “Λάβετε, φάγετε... Πίετε ἐξ αὐτοῦ πάντες.” Ὅθεν, ὅστις μεταβάλλει ἢ ἀφαιρεῖ τι ἐκ τῶν δύο τούτων εἰδῶν, ἢ ἀποστερεῖ τι ἐξ αὐτῶν ἀπὸ τῶν πιστῶν, ἐναντία τῇ θείᾳ ἐντολῇ πράττει... Ἡ δὲ τοῦ κοχλιαρίου χρῆσις ἢ ἄλλου τινὸς εὐλαβούς τρόπου πρὸς μετάδοσιν τοῦ τε Σώματος καὶ τοῦ Αἵματος ὁμοῦ, οὐκ ἀφαιρεῖ τι ἐκ τοῦ μυστηρίου, ἀλλὰ φυλάσσει αὐτὸ ὁλόκληρον καὶ ἀκέραιον εἰς πάντας τοὺς βαπτισθέντας· τὸ δὲ ἀποστερεῖν τὸ Ποτήριον ἀπὸ τῶν λαϊκῶν παντελῶς, εἶναι παράνομος ἀφαίρεσις ἀπὸ τῆς τοῦ Χριστοῦ ἐντολῆς.” (Pedalion, Leipzig, 1800, p. 191)

«Il Signore trasmise ai Suoi discepoli il Mistero della Santa Eucaristia sotto entrambe le specie, dicendo: “Prendete, mangiate... Bevetene tutti”. Pertanto, chiunque alteri o sottragga qualcosa a queste due specie, o privi i fedeli di una di esse, agisce contro il comando divino... L'uso del cucchiaino o di un'altra modalità riverente per distribuire insieme il Corpo e il Sangue non sottrae nulla al Mistero, ma lo conserva integro e intatto [holokleron kai akeraion] per tutti i battezzati; mentre privare completamente i laici del Calice costituisce una sottrazione illegittima [aphairesis] dal comando di Cristo.» (Pedalion, commento al Canone 32 del Concilio in Trullo)


Come dimostra san Nicodemo, un adattamento della modalità materiale di distribuzione che preservi intatti sia il Corpo sia il Sangue — «ὁλόκληρον καὶ ἀκέραιον» (holokleron kai akeraion, letteralmente «intero e indiviso/integro») — adempie il comando di Cristo e soddisfa l'antico criterio stabilito da papa san Gelasio I. L'Occidente medievale, al contrario, introdusse una privazione totale, negando completamente ai fedeli laici la specie del Calice e riservando il Sangue di Cristo esclusivamente al clero. Mentre la Chiesa ortodossa conservò intatta la pienezza del sacramento per ogni comunicante, la Roma papista si allontanò dalla concezione e dalla prassi cattolica ortodossa.

Lo sviluppo della Chiesa ortodossa rappresentò un cambiamento soltanto nella modalità di amministrazione, concepito per proteggere le sacre specie da versamenti accidentali, e non un cambiamento negli elementi ricevuti. Ogni comunicante laico ortodosso continua a ricevere pienamente sia il Corpo sia il Sangue di Cristo nel Calice, in perfetta conformità con il duplice comando di Cristo: «Prendete, mangiate... Bevetene tutti». La prassi ortodossa soddisfa esattamente il requisito di papa san Gelasio I: «o li ricevano nella loro interezza» (aut integra sacramenta percipiant).

L'innovazione romana medievale era fondamentalmente diversa per natura. Roma non può sostenere di aver modificato soltanto la modalità materiale di distribuzione delle due specie; essa introdusse una privazione totale, negando completamente ai fedeli laici la specie del Calice e riservando uno degli elementi sacramentali esclusivamente al clero.

San Giovanni Crisostomo elevò questa ricezione universale a un principio ecclesiologico fondamentale, mettendo esplicitamente in guardia contro la creazione di un'Eucaristia a due livelli che separasse il clero dai laici:

«Vi sono circostanze nelle quali il sacerdote non differisce affatto da colui che è sottoposto a lui, come, per esempio, quando dobbiamo partecipare ai tremendi Misteri; poiché siamo tutti considerati degni dei medesimi privilegi. Non come nell'antica alleanza, dove alcune cose erano riservate al sacerdote e altre a coloro che erano governati... ma un solo Corpo è posto davanti a tutti e un solo Calice.» (Omelie sulla Lettera agli Efesini, Omelia 3)

Dal punto di vista della Chiesa ortodossa, le parole di san Crisostomo rivelano questo errore ecclesiologico fondamentale del papismo, così come esso si manifesta nella concezione dei misteri della Chiesa. L'Eucaristia manifesta l'unità organica della Chiesa nel fatto che sacerdote e popolo ricevono dallo stesso Corpo e dallo stesso Calice. Riservando il Calice al celebrante e negandolo ai laici, il papato avrebbe istituito proprio quel sistema di caste clericali che la tradizione patristica dichiarava estraneo alla Nuova Alleanza.

La stessa antica testimonianza romana conferma questa universalità originaria. Scrivendo nel V secolo, papa san Leone Magno osservò che gli eretici manichei potevano essere identificati proprio perché tentavano di astenersi dal Calice eucaristico pur rimanendo nascosti tra i cristiani ortodossi:

«Ricevono il Corpo di Cristo con bocca indegna, ma rifiutano completamente di bere il Sangue della nostra redenzione.» (Sermone 42,5)

Per Leone, come per Gelasio dopo di lui, il rifiuto del Calice costituiva un'anomalia evidente, che si distingueva nettamente dalla prassi romana universale della partecipazione dei laici al Calice.

Per difendere questo allontanamento dall'antichità, la teologia cattolica romana fa ricorso alla dottrina della concomitanza, codificata nel Concilio di Trento, secondo la quale Cristo è presente tutto intero e pienamente sotto ciascuna delle due specie, anche quando viene ricevuta una sola specie (Sessione XXI, Canone 3).

La Chiesa ortodossa, nell'Enciclica patriarcale e sinodale del 1895, condannò formalmente questa giustificazione latina, sottolineando che riservare il Calice al solo sacerdote celebrante introduce una divisione estranea alla Scrittura nell'unico mistero:

«L'unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa dei sette Concili ecumenici partecipava a entrambe le specie, secondo il comando del Salvatore: “Bevetene tutti”. Ma la Chiesa papale... privò completamente i laici del Santo Calice, contrariamente al comando del Signore, alla prassi della Chiesa antica e agli espliciti decreti degli antichi papi di Roma. Affermando che Cristo tutto intero viene ricevuto sotto una sola specie e riservando il Calice al sacerdote celebrante, il papato ha creato una divisione estranea alla Scrittura nell'unico mistero e ha introdotto un'innovazione umana contraria all'istituzione del Redentore.» (Enciclica sinodale del 1895, articolo 11)

Come osservò il Sinodo, se la concomitanza rende la ricezione del Calice spiritualmente superflua per i laici, allora riservare il Calice al celebrante crea un arbitrario doppio standard, estraneo alla tradizione patristica, che viola l'unità organica dell'assemblea eucaristica.

Inoltre, come sostenne san Marco di Efeso al Concilio di Firenze e come san Filarete di Mosca formulò successivamente nel suo Catechismo più esteso, la dottrina papista della concomitanza confonde la realtà ontologica con l'obbedienza liturgica. La Chiesa ortodossa ha sempre affermato che il Cristo risorto è indivisibile. La questione non è se il Corpo di Cristo possa essere fisicamente diviso, ma se deduzioni teologiche scolastiche elaborate dagli uomini abbiano il diritto di prevalere su un comando diretto impartito dal Figlio di Dio.

Come osservò san Filarete, quando Cristo istituì l'Eucaristia, consegnò ai Suoi discepoli il Pane e disse: «Prendete, mangiate» (Matteo 26,26), e poi consegnò loro il Calice con un imperativo esplicito e universale: «Bevetene tutti» (Matteo 26,27).

Secondo la valutazione di san Marco di Efeso, il comando di Cristo di bere era universale e vincolante per tutti:

«Mettere da parte il Suo comando attraverso il ragionamento umano significa esaltare la logica umana al di sopra del precetto divino.» (San Marco di Efeso, Sulla consacrazione eucaristica e sui Misteri)

Pertanto, per san Marco, la logica filosofica umana non può essere sostituita all'obbedienza divina, modificando le parole di Cristo «Bevetene tutti» fino a farle significare: «Ne bevano soltanto i membri del clero».

A suggellare questo allontanamento dalla prassi scritturistica e dalla prassi patristica universale, il Concilio di Trento pronunciò un anatema esplicito contro chiunque affermasse che il papato avesse errato nel negare il Calice ai laici:

«Se qualcuno dirà che la santa Chiesa cattolica non è stata indotta da giuste cause e ragioni a comunicare i laici, e anche il clero non celebrante, sotto la sola specie del pane, oppure che essa ha errato in questo, sia anatema.» (Concilio di Trento, Sessione XXI, Canone 2)

Con questo canone, dal punto di vista della Chiesa ortodossa, il sistema papale si è vincolato a una contraddizione insanabile. Se il Concilio di Trento ha ragione e Roma non può errare nel proibire il Calice ai laici, allora papa san Gelasio I errò quando dichiarò che la divisione del mistero costituiva un grave sacrilegio. Se invece Gelasio espresse l'autentica fede patristica, allora il Concilio di Costanza e il Concilio di Trento risultano condannati proprio dall'antica tradizione papale alla quale la Roma post-scismatica rivendica di appartenere.

Conclusione

In ultima analisi, la Chiesa ortodossa considera la soppressione del Calice non come un semplice dettaglio amministrativo isolato, ma come una chiara manifestazione dell'ecclesiologia papista. La documentazione storica dimostrerebbe che il papato medievale non proseguì la prassi della Chiesa antica, bensì la scavalcò. Nel condannare Jan Hus per aver rivendicato il Calice, Roma avrebbe mandato a morte un uomo per aver sostenuto proprio la dottrina insegnata dai suoi stessi antichi papi e praticata dall'intera Chiesa per un millennio. Discutere cavillosamente degli altri eventuali errori da lui sostenuti significa perdere di vista il punto: per questa sola ragione, il papato lo avrebbe comunque considerato un eretico meritevole del rogo.

Per la Santa Ortodossia, la soppressione del Calice rimane una prova storica significativa del fatto che, quando si trovò costretta a scegliere tra gli espliciti comandi di Cristo e la supremazia dei propri decreti, l'istituzione papista scelse la propria autorità anziché la tradizione apostolica.

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RISORSA

Tradotto da: Was Pope Gelasius an Hussite?

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